18 novembre 2017

Un piano comune sulla Difesa Ue

Ministro Pinotti, perché è importante l’accordo sulla «cooperazione strutturata permanente», Pesco nell’acronimo ufficiale,annunciato a Bruxelles dai ministri della Difesa di 23 Paesi Ue?
«È una svolta perché si è finalmente intrapresa una direzione di marcia che per troppi anni è rimasta bloccata. Il vero significato non è tanto nella dimensione, quanto nel fatto che una maggioranza di Paesi esprimano la volontà di iniziare il percorso per una cooperazione strutturata sulla difesa. Dal 1954, quando fallì la Comunità europea di difesa, non c’erano stati passi in avanti, ancorché il Trattato di Lisbona li consentisse. Prevalevano la preoccupazione di non voler duplicare o indebolire la Nato; una certa diffidenza verso la prospettiva che l’Ue si desse una dimensione militare; i freni messi nel tempo da diversi Paesi, all’inizio la Francia, più di recente il Regno Unito che ha sempre privilegiato il rapporto transatlantico. Quindi è una decisione storica: abortiti tutti i tentativi precedenti, questa volta si è lavorato insieme per superare ostacoli residui. E questo grazie sia all’ottimo lavoro di Federica Mogherini, sia alla spinta data da Italia, Francia, Germania e Spagna con la lettera inviata nello scorso luglio agli altri partner».

C’erano due approcci: i francesi avrebbero voluto cominciare con un gruppo di Paesi più piccolo e ambizioso, la Germania ha spinto per una partecipazione più ampia possibile. Ha prevalso quest’ultima, ma non rischia di essere a detrimento del contenuto?
«No. Anche l’Italia ha ritenuto importante dare un messaggio inclusivo. Ciò non vuol dire che debba essere meno ambizioso. Questo è un primo passaggio, ce ne vorranno altri. Ad oggi la proposta iniziale non ha subito ridimensionamenti. Dopo tanti anni di attesa, le emergenze evidenti, dal terrorismo al bisogno di un grande progetto per l’Africa, ci impongono un’accelerazione».

Quali potrebbero essere i prossimi Paesi?
«Abbiamo un primo pacchetto di progetti, ma possiamo pensare a mettere in comune altre capacità per una integrazione effettiva della difesa europea. In ogni caso, ognuno dei 23 Paesi è libero di partecipare a questo o quel progetto».

Facciamo alcuni esempi concreti.
«Prendiamo la missione Sophia. L’abbiamo decisa rapidamente, ma per mettere insieme le forze i tempi sono stati lunghi. Con la Pesco, potremmo avere già da subito una forza sempre pronta ad essere attivata. L’altro esempio è l’Africa: c’è la necessità di un progetto che riguardi la sicurezza dei confini degli Stati africani, ma anche il loro sviluppo. Sui progetti industriali comuni, poi, per la prima volta c’è un Fondo europeo per la difesa, che potrà generare investimenti fino a 5 miliardi di euro. Non sono ancora cifre adeguate, rispetto alle necessità, ma è importante la direzione. Prima non si poteva neppure parlare di progetti per la difesa fra Paesi della Ue. E questo è significativo pensando anche alle capacità e interoperabilità dei sistemi. Cito il famoso esempio dei carri armati: gli Stati Uniti ne producono uno solo, in Europa ce ne sono 14. Ora potremo lavorare sull’integrazione, tenendo presenti gli interessi nazionali, ma rafforzando l’industria europea come player globale».

Quanto è lontana la prospettiva di un comando unificato, con un quartier generale a Bruxelles?
«Non è un problema tecnico, ma politico. Dipende da quanti governi ci crederanno».

Con Pesco, potremo valorizzare meglio la spesa militare, che però in valore assoluto rimane bassa in tutta la Ue. Non è un problema rispetto alle sfide?
«Il documento sottolinea esplicitamente l’importanza di risorse adeguate. Non viene indicato un livello cui tendere, come fa la Nato con il 2%, ma un impegno dei Paesi ad aumentare progressivamente i propri investimenti per la difesa e la sicurezza dei cittadini. Uno dei guai degli anni passati è stato anche che tutti abbiamo tagliato le stesse capacità, senza alcun coordinamento. Io più che alle percentuali, credo all’impegno di un Paese a mobilitare le risorse necessarie a garantire sicurezza».

Ci sono state critiche e perplessità sulla politica degli accordi seguita dall’Italia in Libia per frenare il flusso dei rifugiati. Ci sono denunce delle condizioni disumane in cui vengono tenuti i migranti nei centri di raccolta. Come rispondiamo?
«Il tema umanitario non ci lascia indifferenti e siamo colpiti dalla gravità delle situazioni. Ma questi orrori non nascono in conseguenza degli accordi o dell’azione dell’Italia. C’erano anche prima e noi abbiamo subito posto il tema del coinvolgimento sul terreno dell’Unhcr e delle altre agenzie dell’Onu, che prima non entravano mentre ora cominciano a essere presenti e hanno un piano. La lotta agli scafisti è sacrosanta e va proseguita. Insieme a questo la comunità internazionale, non solo l’Italia, deve aiutare chi si trova in quei centri in condizioni terribili».

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