23 agosto 2018

Il Pd deve ripartire non da quei fischi ma dalla sua storia

Intervista di Gianluca Di Feo – “La Repubblica”, 23 agosto 2018

«No, il Pd non deve ripartire dai fischi di Genova. Dobbiamo interrogarci e capire dove abbiamo sbagliato. Ma abbiamo la nostra storia e tante cose positive realizzate anche negli ultimi anni: è da questo che dobbiamo ricominciare».

Roberta Pinotti è stata l’unica esponente del Partito al fianco del segretario Maurizio Martina durante i funerali di Stato. Parlamentare di lungo corso, ministro della Difesa nella passata legislatura, è nata ed ha sempre vissuto a Genova.

«Ero lì con il carico di dolore comune a tutti noi genovesi per quella tragedia terribile. Le contestazioni mi hanno amareggiato ma mi ha colpito soprattutto l’applauso forte che ha accolto Salvini e Di Maio. Nei giorni precedenti c’era stata da parte delle forze di governo un’escalation per individuare un nemico su cui fare ricadere la colpa per lo schianto del ponte e in qualche modo sembrava che gli venisse tributato un riconoscimento emotivo, come se i due leader della maggioranza fossero i soli a volere fare giustizia. Chi davanti a una strage non vuole giustizia? Io però mi sono chiesta: se bastano questi proclami, senza alcuna azione concreta, a suscitare una fiducia che noi abbiamo disperso, quanto non abbiamo risposto alle aspettative dei genovesi?».

La sinistra ha retto per anni Comune e Regione, poi le ha perse. Cosa si è rotto?

«Genova e la Liguria hanno subìto trasformazioni poderose. Dalla crisi nel porto a quella siderurgia e delle aziende delle partecipazioni statali sono venuti meno quasi 50 mila posti di lavoro. Genova ha ancora grandi industrie – penso a Leonardo, Ilva, Ansaldo Energia e Fincantieri – ha un porto fondamentale e una media impresa dinamica. Ma tutto questo non ha colmato il vuoto. In questi anni abbiamo difeso le fabbriche, salvando Ansaldo Energia dalla vendita e sostenendo Fincantieri di Sestri Ponente con la legge navale. Ci siamo concentrati sul tutelare i lavoratori soprattutto con gli ammortizzatori sociali, ma non siamo stati abbastanza attenti al fatto che la città perdeva i suoi connotati, gli elementi della sua identità. E ci siamo preoccupati troppo poco per quello che sarebbe venuto dopo: non ci siamo impegnati per i giovani. In tutta Italia e a Genova in particolare questo è uno dei punti di criticità più forte».

Anche i lavoratori che avete cercato di tutelare non sembrano riconoscersi nel Pd.

«A un certo punto si sono perse delle cinghie di trasmissione che erano storicamente forti. La prima volta che mi vennero prospettati i rischi per Ansaldo Energia in caso di vendita fu durante un incontro con gli operai: lì ho capito molte cose. Via via negli anni abbiamo sfilacciato il contatto con i luoghi di lavoro e con le sezioni che in passato contavano più di mille iscritti, ci siamo allontanati dal dialogo diretto che serviva a spiegare le nostre scelte, anche a chi non le condivideva».

Martina ha detto che il Pd deve ripartire dai fischi di Genova…

«Capisco il senso delle sue parole, ma non userei quest’espressione. Certo, voglio comprendere le ragioni di quella contestazione e dell’applauso a Di Maio e Salvini. E dobbiamo ragionare sul perché siamo vissuti come un partito lontano dal popolo, schierato dalla parte di chi vince e dell’establishment. Di sicuro, c’è un’operazione di comunicazione condotta in modo capace dai nostri avversari ma noi siamo arrivati al governo in un momento di grande recessione e siamo riusciti a dare stabilità e lavoro. Non c’è dubbio che nello sforzo per tirare l’Italia fuori dalla crisi, non siamo riusciti a essere vicini alle persone che hanno sofferto di più. Ci sono scelte, come quella del reddito di inclusione, che dovevamo fare molto prima e comunicare meglio. Ma la nostra non è una storia negativa».

Alcuni esponenti del Pd hanno detto che bisogna imitare i metodi di comunicazione della maggioranza. E’ d’accordo?

«No. Né per mia natura ma neanche come posizione politica. Il nostro modello è fatto di dialogo, se serve di scontro duro sui contenuti, ma sempre nel rispetto. Oggi c’è un’Italia che guarda in modo attonito a queste forme aggressive, a volte anche volgari, usate per delegittimare l’avversario e qualunque pensiero non allineato».

Il partito sembra in difficoltà pure nel fare opposizione. È un problema di leadership o la manifestazione di un malessere più profondo?

«Da un lato la botta elettorale del 4 marzo è stata forte e succede che quando uno prende un colpo abbia bisogno di tempo per rialzarsi. Ma il governo Conte ha latitato nelle proposte e il Parlamento finora ha lavorato troppo poco per misurare l’efficacia dell’opposizione. Alla riapertura delle Camere, con meno arroganza e molta più umiltà, possiamo essere il riferimento per le forze che non si riconoscono nei modi e nelle scelte di questo governo. Se il Pd pensa di essere autosufficiente, se si chiude nelle discussioni interne, rinunciamo a svolgere la funzione storica che il Paese oggi ci ha assegnato: una funzione che va oltre le sorti del Partito democratico».

In questi mesi non sembra che ci sia stato un cambiamento di rotta nel recuperare il rapporto con il territorio.

«Non ci sono alternative. Bisogna andare lì dove si vivono i problemi. Sto apprezzando il giovane presidente Pd del municipio genovese di Polcevera che tutte le mattine incontra gli sfollati e poi cerca le soluzioni assieme ai nostri consiglieri al Comune e alla Regione e con noi parlamentari. Dobbiamo essere presenti lì dove serve, riallacciare quei legami un pezzo per volta, mettendo insieme una rete oggi più esile, perché abbiamo meno amministratori e meno iscritti. Ma senza fermarci a noi: una forza politica è utile se nell’individuare la propria identità si mette al servizio di un progetto per la comunità. In molti ci hanno percepito come distanti dai loro bisogni, soprattutto i più deboli e i più giovani: un partito di sinistra non può permetterselo. Su questo bisogna ricostruire giorno per giorno: voglio dire ai miei colleghi che i social sono importanti ma non sono tutto. Bisogna riattivare le relazioni con le persone: parlare, incontrare, dialogare, rispondere alle richieste».

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