Roberta Pinotti con i giornalisti del Corriere della Sera
6 novembre 2015

A confronto con i giornalisti del Corriere della Sera

di Paolo Lepri – Corriere della Sera, 6 novembre 2015

«Con l’Isis non stiamo perdendo», dice Roberta Pinotti nel corso di un incontro-intervista nella redazione del Corriere. I dossier internazionali di cui si sta occupando sono molti, ed enormemente delicati – dall’emergenza migranti alla minaccia del terrorismo internazionale, dal rafforzamento dell’impegno in Iraq al proseguimento della missione in Afghanistan – ma la ministra della Difesa del governo Renzi non sembra smarrire mai lucidità  e concretezza. E si rende conto delle preoccupazione delle «persone normali» per le tante crisi di un mondo instabile, in cui «rompere è facile, aggiustare difficile». Sta esaminando gli ultimi rapporti sull’aereo russo precipitato nel Sinai e osserva come non sia ancora certo che siano stati proprio i miliziani del califfato a provocare la morte dei 224 passeggeri.

Quando arriverà  la decisione italiana di bombardare in Iraq?

«I Paesi che compiono raid aerei sono tanti. Quindi se l’Italia scegliesse di fare gli strike, lo scenario non cambierebbe molto. Il lavoro di ricognizione che stiamo effettuando è molto utile perché i terroristi si infiltrano tra la popolazione civile. L’Italia ha già  effettuato raid aerei in passato. Lo ha fatto nei Balcani, lo ha fatto in Libia. Quindi questo non deve essere un tabù. Anzi, sarebbe ipocrita pensare che possiamo fare tutto senza arrivare a quel punto. Ma nello stesso tempo i bombardamenti non devono nemmeno diventare il totem e non bisogna ritenere che siano la cosa più importante da fare. A Erbil abbiamo addestrato la metà  del personale militare che ne aveva bisogno e ci stanno chiedendo di mandare altri uomini. Non diamo certo l’idea di una nazione che non c’è. È sempre importante, poi, che ci sia un sostegno alle operazioni militari riconosciuto da un’ampia maggioranza parlamentare. Non c’è dubbio che tutti i passaggi vadano rispettati. La decisione non è presa, ma non è escluso che possa arrivare in futuro».

Come valuta gli sviluppi delle situazioni sul terreno?

«Ricordiamoci che in Iraq combattiamo l’Isis. Non sottovaluto le dimensioni di questa sfida. Ho chiesto per questa ragione che il nostro fosse un contingente significativo. E capisco le paure della gente. Ma non credo che stiamo perdendo. Mentre prima abbiamo assistito ad una cavalcata dell’Isis, ora la sua presenza è circoscritta in aree specifiche. Come Italia abbiamo anche un ruolo importante nell’analisi dei flussi finanziari, che a volte sono stati intercettati, e sui quali si sta agendo. È un lavoro che sta dando frutti. Certo, non abbiamo già  vinto. Anzi, dobbiamo essere più forti, più determinati e più veloci».

Manterremo l’attuale contingente in Afghanistan?

«Abbiamo 800 uomini perché la Spagna ha deciso di ritirarsi e non potevano non aumentare le nostre forze. La missione doveva finire nel 2015 per volontà  statunitense, con molte perplessità  dei militari italiani sul fatto di aver annunciato la decisione con anticipo. La recrudescenza dei combattimenti è stata così alta che alcuni dei plotoni che stiamo addestrando sono stati dimezzati. Ci sono 650 morti al mese nelle forze afghane. Stanno combattendo e con coraggio. Se non continuiamo il nostro lavoro si rischia di creare un vuoto di sicurezza».

Qual è la sua valutazione sulla notizia secondo cui il mediatore Onu in Libia Bernardino Leon avrebbe accettato un incarico negli Emirati Arabi, un Paese che appoggia una delle parti in causa al negoziato?

«Non posso esprimermi e vorrei sospendere il giudizio. L’Italia ha sempre sostenuto la mediazione Onu. Non era un sostegno personale a Leon ma alla funzione che il diplomatico spagnolo ha incarnato».

Si è sempre detto che un’iniziativa internazionale in Libia sarebbe potuta avvenire solo dopo un accordo negoziale tra le due fazioni. Secondo alcune indiscrezioni, invece, Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna starebbero studiando un passo diplomatico per forzare questo circolo chiuso. Lo puಠconfermare?

«Seguo da tempo con il mio collega Gentiloni la trattativa e constato che effettivamente i passi avanti sono stati più proclamati che realizzati. Ci stiamo consultando con gli altri Paesi. Il confronto è in corso. àˆ in atto un lavoro di progettazione per avere un quadro della situazione qualsiasi siano le necessità ».

Gli Usa hanno dato via libera alla richiesta italiana di armare due droni Reaper. Abbiamo intenzione di usarli?

«La richiesta italiana agli americani è stata motivata anche da un sentimento di dignità  nell’alleanza. L’abbiamo reiterata perché pensiamo di essere abbastanza adulti per decidere noi come usarli. Non abbiamo bisogno di badanti. Naturalmente effettueremo uno studio tecnico e i passaggi parlamentari che si dovessero rendere necessari».

Mentre si va avanti sulla strada dell’arbitrato per risolvere la vicenda dei due marà², possiamo dire di avere ottenuto risultati con alcune iniziative di «ostruzionismo diplomatico» nei confronti del governo indiano? Tutto questo potrebbe avere effetti sulla posizione di Girone in India?

«Non sempre è facile leggere le diverse voci che arrivano dai ministeri indiani. Per quanto riguarda Girone, noi riteniamo che non sussista nessun motivo perché debba restare in India».

Qual è il suo giudizio sul ruolo della Russia?

«Il messaggio che arriva da Putin è quello di chi vuole entrare in campo come un interlocutore. Mi ha molto preoccupata, al primo vertice dei ministri della Difesa della Nato cui ho partecipato, del clima “incendiato” che si registrava con la Russia. Si è rivelato giusto il nostro sforzo di tenere le porte socchiuse. Se quando sta facendo Mosca si tradurrà  in una nuova corsa agli armamenti ci dobbiamo certamente spaventare tutti. I segnali sono ancora contraddittori».

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