Roberta Pinotti
29 aprile 2017

L’ONU torna in Libia, più controlli su chi parte

intervista di Marco Ventura – “Il Messaggero”, 29 aprile 2017

Tornano in Libia le agenzie dell’Onu per i migranti cacciate nel 2010 ed è forse un inizio di svolta nella gestione dei flussi migratori verso l’Italia, in prospettiva con un controllo internazionale nei campi sul territorio libico finora accusati di violare i diritti umani. «Il vice-segretario generale delle Nazioni Unite, Jean-Pierre La Croix, in plenaria e nell’incontro bilaterale con me al vertice della Difesa a Malta, mi ha detto che la decisione è stata presa: l’Onu torna in Libia. Si tratta di un fattore positivo – dice il ministro Roberta Pinotti – per noi molto importante. Le due agenzie dell’Onu che si occupano di migranti, l’Unhcr (Alto Commissariato per i rifugiati) e l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) potranno riprendere le attività di controllo sul campo, nel rispetto dei diritti umani e dei diritti dei rifugiati e migranti, in collaborazione con noi e sulla base dell’accordo tra Italia e governo libico che prevedeva appunto che la gestione dei migranti in Libia fosse sostenuta dalle Nazioni Unite». Per 19 anni, fino al 2010, i migranti si dovevano registrare presso un ufficio dell’Unhcr a Tripoli. Poi la cacciata, col pretesto di “attività illegali”.

Saranno creati in Libia campi profughi dell’Onu in collaborazione con l’Italia?

«Posso dire soltanto che la collaborazione sarà inevitabile, visto fra l’altro che italiano è il Generale Paolo Serra, consigliere militare della missione Onu in Libia, Unsmil. L’Italia è anche l’unico Paese della UE che ha riaperto l’ambasciata a Tripoli, e c’è un nostro addetto militare per tutti i collegamenti».

Nel frattempo davanti alle coste libiche operano le imbarcazioni delle Ong accusate di favorire gli scafisti. Nessuna interferenza con le missioni Mare Sicuro e EunavForMed?

«Operativamente le Ong non hanno interferito in alcun modo, non c’è stata alcuna difficoltà operativa da parte della missione italiana o di quella UE a causa della loro presenza. Il ministro Alfano si è già espresso: se ci sono comportamenti erronei vanno corretti, ma non bisogna generalizzare. Non bisogna neppure sottovalutare un lavoro importante svolto da certe organizzazioni. Al di là dell’inchiesta della magistratura, aspettiamo gli esiti dell’indagine conoscitiva promossa dalla Commissione Difesa del Senato».

È un problema che alcune imbarcazioni si siano avvicinate molto alla costa, entrando nelle acque territoriali libiche?

«Le informazioni che abbiamo da entrambe le missioni, europea e italiana, ci dicono che pur con mezzi limitati e con le poche imbarcazioni rimaste, la guardia costiera libica è intervenuta più volte nelle acque territoriali contro gli scafisti. La loro possibilità di intervento è ancora limitata, ma c’è da parte libica la volontà di riprendersi la gestione della sicurezza del loro Stato e delle frontiere».

Sembra migliorare anche la collaborazione con la Nato. Il segretario generale, Stoltenberg, ha annunciato d’accordo con l’Italia l’invio di consiglieri militari in Libia…

«Avevo incontrato Stoltenberg a Malta prima dell’incontro col presidente del Consiglio, Gentiloni. ‘Stai per andare dal mio capo’, gli ho detto. Mi ha espresso la disponibilità della Nato a essere parte del processo di stabilizzazione della Libia. Tutti, dagli Usa alla Nato alla UE, riconoscono all’Italia il primato dell’iniziativa. Oltre alla riapertura dell’Ambasciata a Tripoli, siamo presenti con la missione militare umanitaria dell’ospedale a Misurata, curiamo i feriti di Bengasi e siamo pronti a curare tutti i feriti nei conflitti coi terroristi, un messaggio di inclusività e stabilizzazione unitaria e complessiva alla Libia, pur avendo noi un rapporto speciale col governo legittimo di Al Serraj».

Che cosa potrà fare la Nato in Libia?

«Grazie alle competenze nel ‘capacity building’, aiutare a ricostruire il ministero della Difesa e le istituzioni della sicurezza. È positivo che da tutte le organizzazioni arrivi il sostegno alla linea italiana per cui i libici debbano essere aiutati a sostenere da sé le proprie istituzioni e la propria sicurezza, sulla base di un dialogo con noi e di una serie di richieste».

Che cosa siamo pronti noi italiani a dare ancora al governo libico?

«Un tema è il controllo delle coste. Abbiamo finito di addestrare con la missione europea Sofia oltre 90 membri della guardia costiera libica. Stiamo consegnando 10 pattugliatori per vigilare sul fronte marittimo».

Sono sufficienti?

«Ovviamente no, se consideriamo le capacità marittime distrutte in anni di conflitto. Al Serraj ha chiesto all’Unione Europea altri mezzi. A Malta ho sostenuto questa esigenza condivisa nelle conclusioni dall’Alto Rappresentante UE, Federica Mogherini».

La Nato e gli Stati Uniti chiedono all’Italia di aumentare le spese per la difesa al 2 per cento del PIL. Come risponde?

«Noi siamo lontani: all’1.18 %. Ma a Cardiff nel 2014 tutti i Paesi Nato hanno assunto l’impegno ad aumentarla e sono contenta che Stoltenberg abbia ricordato che il contributo dei singoli Paesi non si debba misurare esclusivamente sul dato economico. L’Italia è il primo contributore europeo alle missioni militari di pace dell’Onu ed europee».

Altri risultati importanti dal Vertice di Malta?

«Passi in avanti verso la Difesa europea prima che se ne occupino i capi di governo il prossimo giugno. È arrivato il momento che i nostri cittadini si aspettano. Partendo dalla Difesa comune, l’UE può fare il salto di qualità».

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