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1 marzo 2017

Cambia la Difesa: nasce il Pentagono italiano, meno comandi, più giovani

Intervista con Gianluca di Feo per La Repubblica del 1 marzo 2017

Un piano lanciato con il Libro bianco da Roberta Pinotti, prima donna al vertice della Difesa e prima a tentare una riforma così ambiziosa.

Quanto è difficile cercare di cambiare le cose in Italia?
“Tanto. Ci sono sempre punti di vista particolari che premono di più dell’interesse generale, per questo ogni innovazione diventa complicata. Ma per fare delle riforme devi avere delle idee di fondo. Ora la difficoltà e la bellezza di questo percorso sono state quelle di concepire un disegno organico. Partendo dal fatto che la Difesa in Italia funziona, ci sono stati però cambiamenti globali nella geopolitica, innovazioni tecniche e un calo di risorse che hanno imposto nuove sfide e la necessità di una trasformazione culturale”.

Il cardine della riforma è introdurre una visione comune tra le forze armate, superando divisioni antiche ed eliminando i doppioni. Una scelta quasi obbligata per prepararsi ad affrontare i conflitti moderni.
“Già nel 1997 la riforma voluta da Beniamino Andreatta, con la sua lucidità e lungimiranza, indicava un orientamento interforze. Con un capo di stato maggiore dell’intera Difesa che assumeva un ruolo importante e che ora non diventa un capo più di tutti gli altri ma incarna l’unicità di comando verso gli obiettivi comuni. Oggi non esiste una missione che non richieda componenti di tutte le forze armate: ci può essere prevalenza di Marina, Aeronautica, Esercito ma poi hai bisogno di uno sguardo d’insieme. L’identità viene preservata perché è un elemento importante, positivo, ma questa identità non può essere vissuta come competizione interna mentre ci sono tradizioni inveterate in cui l’appartenenza al corpo prevale rispetto allo spirito globale”.

Il piano di questa integrazione prevede meno militari ma soprattutto meno generali e ammiragli.
“Prevediamo, in base alla legge 244, entro il 2024 di ridurre gli organici di 40 mila militari e 10 mila civili: una trasformazione che nessuna pubblica amministrazione finora ha tentato. Quanto agli alti ufficiali, negli anni passati c’è stata una proliferazione di comandi perché c’era un numero di generali e ammiragli promossi in base agli scatti di carriera. Credo che oggi sia richiesto che il numero dei generali sia conseguente alla necessità dei comandi e non viceversa”.

Lei ha detto di sognare un “Pentagono italiano”, un unico comando dove rendere concreta l’integrazione dei vertici. Si riuscirà mai a realizzarlo?
“Lo stiamo già progettando: abbiamo presentato una prima richiesta all’interno del budget per le infrastrutture previsto dalla Legge di stabilità. A Centocelle abbiamo già trasferito dal centro storico le 1500 persone della Direzione generale degli armamenti e lì c’è il Coi, il comando operativo che gestisce tutte le missioni all’estero e in Italia. E lì si è pensato di costruire la struttura con i vertici di tutte le forze armate. Spazi e cubature sono disponibili, abbiamo ipotizzato strade e infrastrutture. Non c’è dubbio che stare tutti insieme consente di pensarsi come un insieme e avere quelle continue relazioni che devono esistere tra le forze armate. E ci sarà un risparmio nella gestione, oltre alla possibilità di immettere sul mercato immobili di pregio”.

Un’altra rivoluzione è quella che riguarda la durata della ferma: voi prevedete di avere un 40 per cento di militari con contratti a tempo determinato. Oggi sono soltanto il 18 per cento e questo provoca un invecchiamento dei nostri ranghi.
“Abbiamo bisogno di soldati giovani ma non vogliamo creare un precariato militare. La chiave sta nell’arruolare persone a 19-20 venti anni, offrirgli un pacchetto formativo importante per sette anni della loro vita, insegnando lingue e professionalità, dotandoli di brevetti qualificati. Se si ritroveranno sul mercato a 26-27 anni non sarà difficile trovare un’altra occupazione anche perché ci impegniamo a costruire nuove opportunità di lavoro anche con percorsi legislativi”.

In questo momento l’amministrazione Trump chiede ai paesi della Nato di spendere di più per la difesa. Quanto è sostenibile economicamente e quanto il Paese può comprenderlo? Finora il vostro bilancio è stato quello più colpito dai tagli…
“È stato così in passato. Nel primo anno del mio ministero una parte significativa degli “80 euro” è stata coperta con tagli al nostro bilancio ma da allora la consapevolezza è cambiata. In parte perché la sicurezza è diventata un bene più pregiato, ma in parte dipende anche dal lavoro che abbiamo fatto spiegando l’importanza della Difesa. Quest’anno c’è stato un lieve incremento e siamo all’1,18 per cento del Pil pari a circa 23 miliardi. Oggi non si può chiedere al Paese di arrivare al 2% previsto dalle intese Nato ma si può fare di più e soprattutto di meglio. Incrementare le risorse con piani credibili e sostenibili mentre lavoriamo perché una maggiore integrazione europea porti ad avere economie di scala”.

Nonostante le rassicurazioni del generale Mattis, la strategia dell’America di Donald Trump pare in rotta di allontanamento dalla Nato. Sembrerebbe il momento giusto per lanciare la Difesa europea. Cosa la frena?
“Credo che pesi molto il fatto che i processi di integrazione industriale in Europa siano stati pochi e abbiamo ancora aziende in competizione. L’esempio l’abbiamo con Fincantieri che propone di comprare i cantieri francesi, creando un polo navale europeo. Ci sono resistenze da Parigi, mentre le loro aziende da noi investono senza ostacoli. Io vedo nella Ue una volontà nuova ma oltre i valori contano gli interessi e solo rendendoli comuni potremmo realizzare un balzo in avanti”.

Il Libro Bianco indica nel Mediterraneo il baricentro dei nostri interessi. Si sarebbe mai aspettata che dalla Siria alla Libia i russi in poco più di un anno diventassero protagonisti nel “Mare nostrum”?
“Mi ha colpito la rapidità con cui i russi lo hanno fatto. Una mossa fulminea, forse ispirata dal fatto che Putin è un giocatore di scacchi. Senza dimenticare che le sanzioni sono nate dalle loro azioni in Crimea e Ucraina, credo che se riuscissimo a ingaggiare i russi nel sostegno alla stabilizzazione del Mediterraneo, potrebbero diventare un attore fondamentale. Più che come un potenziale avversario li auspico come un potenziale alleato”.

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